Archivio per identità

Una buona compagnia!

Posted in video e foto with tags , , on 13/10/2013 by rosalbas
Quando si sta bene con se stessi non si è mai soli.

Quando si sta bene con se stessi non si è mai soli.

SIAMO ( Ma chi siamo veramente?)

Posted in filosofia, poesia, riflessioni, video e foto with tags , , , , on 14/08/2013 by rosalbas

SIAMO

Quante volte SIAMO senza saperlo.

Nei pensieri di un figlio,

nei sogni di un uomo,

nei desideri di una donna.

Abbiamo tanti volti,

tanti cuori.

Siamo piccoli fuochi di passione

o immense terre desolate.

Siamo tutto, siamo niente.

Forse non siamo noi.

Siamo il delirio d’altra gente.

Rosalba Sgroia
2004

AUTOSCATTO 2013
presso L’AQUILA ( Murales dedicato a Sanguineti)

Siamo

LA LAICITA’: UNA QUESTIONE “CRUCIALE”

Posted in cattolicesimo, Cristianesimo, laicità, politica, religione e potere, scuola, vaticano with tags , , , , , , , , , , , , , on 04/12/2009 by rosalbas

LA LAICITA’: UNA QUESTIONE “CRUCIALE”

di Andrea Pessarelli– Coordinatore provinciale ass. Radicale Adelaide Aglietta

Con questo intervento intendo proporre alcune considerazioni, a mio avviso non eludibili, riguardanti la mozione approvata lunedì scorso dal Consiglio Comunale, che prevede l’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche e negli uffici della Pubblica Amministrazione. Tale iniziativa (poratata avanti a livello nazionale dalla Lega Nord) come è noto scaturisce in reazione alla recente sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che ne impone invece la rimozione ove presenti.

Gli argomenti principali a sostegno della mozione sono la continuità con la tradizione cattolica (le famose radici cristiane) e il riconoscimento del crocifisso come simbolo rappresentativo di valori universalmente accettati, al di là delle diverse credenze religiose e delle diverse concezioni della vita e del mondo che ciascun cittadino liberamente coltiva; vi è poi un ulteriore argomento, non presente nei documenti formali ma evidente nei discorsi e nei sottintesi, che è la necessità di porre un argine alla temuta incipiente islamizzazione dell’occidente. Si tratta con ogni evidenza di proposizioni che, per non essere considerate autoreferenziali, necessitano di una giustificazione che le renda compatibili con l’impianto democratico su cui si fonda lo Stato di diritto, sia perché mostrano più di un punto debole, sia perché un’iniziativa che produca come conseguenza il conferimento allo Stato di una qualsivoglia caratteristica non espressamente descritta nella Costituzione deve giocoforza offrire le più ampie garanzie di disponibilità alla verifica critica.

Tralascerò volutamente analisi di tipo tecnico – giuridico – procedurale (per esempio la questione se l’autonomia degli Stati Nazionali possa o meno prevalere nei confronti dell’autorità di un organismo come la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo) sia perché già ampiamente dibattute da esperti, sia perchè ritengo esistano argomenti sostanziali ugualmente risolutivi, e che non presuppongono per essere compresi né una competenza specifica né un livello di istruzione élitario. Prima di tutto occorre chiarire che una democrazia compiuta e consapevole non ha bisogno di individuare simboli e significati al di fuori di se stessa e che è una crepa, un segnale di debolezza non trovare esaurienti i valori della Costituzione e i simboli ivi previsti, e dover così ricercare altrove un’occasione di riconoscimento della propria identità.

Il riferimento a ideologie o a sistemi valoriali altri evidenzia un “lack” sul cui significato e sulla cui portata occorrerebbe riflettere seriamente e in modo approfondito. Anche volendo accettare – per amore di discussione – l’esistenza di tale necessità, si può ben comprendere come meno che mai siano idonei a mutuare tale mancanza sistemi di pensiero fondati su dogmi, e più in generale su affermazioni non dimostrabili e quindi autoreferenziali, essendo le moderne democrazie sorte proprio dalla messa in discussione dell’esistenza di una verità unica e indiscutibile che sia utilmente applicabile all’organizzazione della società umana; uno Stato effettivamente democratico e di diritto è piuttosto la sintesi positiva di tutte le differenze e di tutte le idee e del confronto fra esse, piuttosto che il loro livellamento e la loro omologazione; uno Stato che voglia dirsi democratico e di diritto per definizione non ha alcun compito né alcuna autorità né alcun interesse a favorire (né d’altra parte a ostacolare) l’adesione dei suoi appartenenti a questa o quella dottrina, nè può permettersi di scovare valori e simboli extracostituzionali che abbiano la pretesa di rappresentare tutti: quando un simbolo o un valore o un sistema di valori non discende dal confronto democratico (la dottrina cattolica non gode di questo requisito, discendendo da una verità rivelata), conseguentemente non attiene all’ambito della democrazia e quindi non può rappresentare l’identità collettiva, ammesso beninteso che ne esista una.

L’ideologia cattolica nella fattispecie non è adatta a rappresentare la complessità dei valori che connotano come democratica una nazione (o una città) in quanto proclama – addirittura come non negoziabile – il principio supremo dell’indisponibilità della vita, contraddicendo in questo modo il diritto all’autodeterminazione, che è una “conditio sine qua non” della democrazia essendo propedeutico a tutti gli altri diritti, che risulterebbero impraticabili e svuotati di significato in assenza di esso. Né possiamo trascurare il fatto che il cocifisso non è un simbolo neutrale in quanto la Chiesa Cattolica non è neutrale, non manca infatti di intervenire con grande impegno e assiduità su molte delle questioni più controverse sulle quali il Parlamento è chiamato a pronunciarsi.

In particolare sui temi della bioetica le recenti vicende di Luca Coscioni, Piergiorgio Welby, Eluana Englaro (per citare solo le più note) hanno evidenziato come vi sia una diffusa e crescente sensibilità nei confronti del diritto individuale di decidere prescindendo da imposizioni di tipo moralista o ideologico o diversamente coercitivo; sensibilità nei confronti della quale la Chiesa non è rimasta neutrale, esercitando ogni possibile pressione per depotenziare tale istanza di libertà, rendendo in questo modo palese il carattere velleitario della difesa del crocifisso come simbolo di tutti.

È un fatto incontrovertibile che il crocifisso è un simbolo che divide anziché unire, come si può facilmente dedurre proprio dall’asprezza dell’attuale contesa tra favorevoli e contrari, ed è difficile trovare una giustificazione sostenibile – sia dal punto di vista prettamente democratico che da quello dell’opportunità – che renda convincente la scelta di un elemento di divisione anziché se mai di condivisione. Per quanto riguarda infine la questione della diffusione della religione musulmana in occidente occorre notare che non sono differenze dottrinarie o teologiche a rendere l’Islam più pericoloso o meno accettabile del Cristianesimo (nei testi sacri, nelle tradizioni e nella storia di entrambi vi sono parimenti precetti e comportamenti accettabili e precetti e comportamenti inaccettabili) quanto piuttosto il fatto che l’occidente “cristiano” è maggiormente secolarizzato rispetto ai Paesi a prevalenza musulmana e molte pratiche e precetti religiosi sono stati abbandonati in quanto non più compatibili con i cambiamenti determinati nella società dalla modernità e dallo siluppo delle conoscenze scientifiche. La migliore risposta al rischio di un’Europa islamizzata non è quindi la contrapposizione di una forzosa identità cristiana (cioè di un’immagine speculare) quanto piuttosto leggi e Istituzioni impermeabili – e non selettivamente permeabili – a istanze autoritarie e ideologiche, a prescindere che siano percepite come estranee o come familiari.

Ancora sul crocifisso…

Posted in ateismo, Cristianesimo, laicità, politica, religione e potere, storia, uaar with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 26/11/2009 by rosalbas

Cari amici, ritorno a postare dopo un bel po’ di giorni di assenza. Cambiare gestore telefonico oggi è diventata un’impresa ardua, ma finalmente ce l’ho fatta! Continuo a pubblicare testi con l’argomento più discusso in questo periodo, sempre per offrire una visione diversa da quella che ci propinano i media. Questo è un articolo della referente del circolo Uaar di Verbania, la prof. Dessolis. Buona lettura!

Il crocifisso che ci crocifigge

di Antonietta Dessolis-verbania@uaar.it

Crocifisso? No, grazie!

La Lega “crociata” fa i banchetti al grido “ Prova a togliere qui il crocifisso!” sopra una “raccolta firme per non rimuovere il crocifisso dalle aule scolastiche e dagli uffici pubblici”. Altri sindaci leghisti fanno ordinanze per renderlo obbligatorio, qualcuno persino nei bar. “Il diritto ha calpestato il buon senso”, dicono esponenti del PD, fingendo di ignorare che dopo la revisione del Concordato del 1984, quella cattolica non è più la religione dello Stato italiano, finalmente. Queste reazioni e altre simili dimostrano ancora una volta la confusione che si fa, sia in buona fede che in mala fede, tra la presenza del crocifisso in un’istituzione statale simbolo del ruolo pubblico della Chiesa cattolica, e l’attaccamento, legittimo, allo stesso simbolo nella vita religiosa e nei luoghi di culto di molti, che evidentemente nessuno mette in discussione. Chi ne ha chiesto la rimozione, che sia da una scuola o da un tribunale, da un seggio elettorale o da altro ufficio pubblico, contesta appunto quel ruolo, indebito in un paese costituzionalmente laico, e niente ha a che vedere con la libertà religiosa che deve essere garantita , con pari dignità, a tutte le confessioni.

Chi lo vorrebbe imporre come simbolo identitario lo fa contro chi in quello non si riconosce, negando cittadinanza morale a chi non ne ha nessuno o ne ha uno diverso, altro che simbolo d’amore e di inclusione: con l’esclusione e la discriminazione si alimenta un conflitto di cui faremmo volentieri a meno. Semplificando il concetto si potrebbe dire che il crocifisso sta alla religione di Stato come la sua rimozione sta alla laicità.

Un’altra considerazione riguarda l’ambivalenza del simbolo, costitutiva dall’origine, ma poco visibile agli ingenui: rappresenta metaforicamente sia una persona crocifissa, sia i torturatori che l’hanno messa in croce; sia la vittima che il carnefice; la solidarietà per chi soffre e l’alleanza con il potere che fa soffrire; la volontà di alleviare la sofferenza e l’esaltazione della sofferenza come valore.

Chi dice “crocifisso nelle istituzioni pubbliche” dice “Chiesa cattolica nelle stesse istituzioni “, con l’obiettivo di zittire minoranze sgradite che rifiutano l’esaltazione della sofferenza come valore; in nome della sacra tradizione si vorrebbe far credere che tutte le tradizioni sono buone, perché allora, tanto per fare solo un esempio, non continuiamo a chiamare “bastardi” e “illegittimi” i figli nati fuori dal matrimonio?

Il richiamo ossessivo alla tradizione e alle radici cristiane dell’Italia e dell’Europa, ancora una volta, confermano quella religione come è stata nella storia dall’imperatore Teodosio in poi: a chi ha la memoria corta e fa del revisionismo storico pratica militante, non è mai troppo tardi ricordare che in nome del crocifisso si sono perpetrati i peggiori crimini, in cui Gesù Cristo non c’entra un bel niente. Non c’è dubbio che per tanti cattolici sinceri sia simbolo di amore e solidarietà, se riferito alle singole persone che liberamente aderiscono alla religione cristiana in un certo spirito evangelico. Non è un caso che alcuni gruppi di cattolici, come le Comunità di base o Noi siamo Chiesa, insieme ai protestanti che si sono pronunciati a favore della sentenza della Corte, non hanno voce pubblica e se non sono tacciati di eresia è solo perché oggi non c’è più bisogno dei roghi, basta la congiura del silenzio, come per noi apostati.

Partendo dall’aspetto simbolico per arrivare alla presenza ben più sostanziale della religione cattolica nel nostro paese, la sentenza si può leggere come direzione di marcia da prendere affinché un’etica di parte non sia imposta a tutti, attraverso leggi-crocifisso che ben conosciamo, dal testamento biologico al catechismo di Stato con l’ora di religione, dal divieto di riconoscere diritti alle coppie omosessuali ai privilegi economici e fiscali che danneggiano l’erario statale a spese di tutti i contribuenti. Infatti un giorno sì e l’altro pure la CEI e il capo di uno Stato assolutista, oltre che capo della Chiesa, battono cassa, mai contenti di tutte le prerogative che già hanno abbondanti: vogliamo discutere dell’8 per mille, degli oneri di urbanizzazione secondaria e di tutti i rubinetti aperti dalle amministrazione locali, del finanziamento agli oratori e alle scuole cattoliche? Per concludere, un promemoria e un invito pacato: le esasperazioni identitarie hanno sempre provocato pericolosi conflitti, armati o no, e i vicini Balcani dovrebbero insegnarci qualcosa. Chi dice di volere la pace dovrebbe favorire la convivenza delle istanze culturali e religiose diverse; ma non c’è democrazia senza laicità dello Stato-arbitro, il modo più efficace ed incruento per costruire una società concretamente pluralista e per prevenire tutti i fondamentalismi, compreso quelli nostrani autoctoni: è da smascherare la «sana laicità» promossa dal pontefice romano che in realtà è la forma moderna del clericalismo.